Ci sono personaggi che sembrano immortali. Uomini che, tra eccessi e genialità, hanno costruito un’identità tanto potente da sembrare oltre il tempo. Ozzy Osbourne è uno di questi. Il Prince of Darkness, icona assoluta dell’heavy metal, frontman dei Black Sabbath, simbolo di un’epoca fatta di ribellione, rumore, provocazione e soprattutto, di umanità nuda e cruda.
Eppure, come ogni essere umano, anche Ozzy ha un ultimo viaggio da compiere. Ed è proprio in quel momento, quando la vita si spegne e l’anima cerca una direzione, che immaginiamo questa scena surreale: Ozzy che si presenta ai cancelli del Paradiso.
Cosa succede quando l’uomo che ha cantato l’apocalisse si ritrova davanti al creatore dell’universo? Ecco un dialogo che – in un altro mondo – avrebbe potuto davvero accadere.
Il dialogo
Una distesa infinita di luce. Un cancello dorato. Ozzy Osbourne si materializza con indosso il suo classico cappotto lungo, occhiali scuri e un’aria confusa. Si guarda attorno, spaesato.
Ozzy: (borbottando) Ma che caz… Dove sono finito? Sharon?! Questo… non è il backstage.
Voce fuori campo: Sei arrivato, Ozzy. Finalmente.
Ozzy: Ma che… chi è che parla? Ehi! Questa è una di quelle candid camera post-mortem?
Dio: No, Ozzy. Non è uno scherzo. Sei morto. Ma sei anche atteso. Benvenuto.
Ozzy: (sgrana gli occhi) Aspetta un secondo… questa voce… sei Lui? Tipo… Dio Dio?
Dio: Sì. L’unico. E anche tu, anche se può sorprenderti, sei il benvenuto.
Ozzy: (ride nervosamente) Ah ah! No, vabbè… ma ti rendi conto? Io! Ozzy Osbourne! Quello che ha morso un pipistrello sul palco, che ha cantato “War Pigs”, “N.I.B.”, “Mr. Crowley”! Sono il Principe delle Tenebre, cazzo! Mi aspettavo più… fiamme. Forconi. Un’accoglienza più… infernale.
Dio: Eppure sei qui. Davanti a me. E no, Ozzy, il tuo soprannome era solo parte dello spettacolo. Tu sei sempre stato qualcosa di più.
Ozzy: Ma ho bestemmiato! Ho fatto cose che… beh, che non passerebbero in prima serata. Ho spaccato camere d’albergo, ho visto l’inferno in faccia e ho chiesto un’altra bottiglia.
Dio: Hai vissuto. Hai sbagliato, sì. Ma hai anche amato, protetto i tuoi, pianto lacrime vere, regalato forza a chi era perso. Non sei mai stato un santo, ma nemmeno un dannato.
Ozzy: Ma… allora com’è ‘sta storia? Tutta quella roba del Paradiso per i buoni e l’Inferno per i rocker? Era marketing?
Dio: Diciamo che voi umani amate semplificare. La verità è che io vedo dentro. E dentro di te c’era dolore, follia, ma anche una luce che cercava di brillare.
Ozzy: (toccandosi il petto) Una luce? Nella mia anima? Amico, ho vissuto con una nebbia costante in testa per trent’anni!
Dio: Ma non hai mai smesso di cercare il senso. E non hai mai smesso di far sentire meno soli quelli che ti ascoltavano. Questo conta.
Ozzy: (sospira) E Sharon? I miei figli? Li rivedrò?
Dio: Tutti, quando sarà il loro momento. Ma ora tocca a te fare i conti con chi sei stato.
Ozzy: Pensavo fosse Satana ad accogliermi con un sigaro e una birra calda…
Dio: Satana ha altro da fare. E comunque non beve birra, preferisce l’amaro.
Ozzy: (ride fragorosamente) Questa è buona! La devo dire a Lemmy quando lo vedo. Aspetta, lui è qui?
Dio: Sta suonando in una sala da jam eterna con Hendrix, Bonham e Freddie Mercury. Vuoi unirti?
Ozzy: (serio) Solo se mi dai una Gibson e un microfono.
Dio: Solo se mi canti “Paranoid”. È la mia preferita, lo sai?
Ozzy: Aspetta un attimo… tu, Dio, sei fan dei Sabbath?
Dio: Sono fan della musica che scuote le anime. E la tua ha fatto vibrare anche le pietre. Sotto tutta quella rabbia, c’era un grido d’aiuto. E io ho sempre ascoltato.
Ozzy: (si commuove) Non credevo fossi così… umano.
Dio: Non sono umano. Ma ho creato l’umanità. E l’amore che ci mettono, nonostante tutto, è la mia più grande opera. Anche quando si chiama Ozzy e puzza di Jack Daniel’s.
Ozzy: (sorride, mentre si toglie il cappotto) Allora… dai, fammi vedere questo palco. Spero abbiate un buon impianto audio qui sopra.
Dio: Fidati. È divino.
Un’ultima nota che vibra tra le nuvole
Immaginare Ozzy Osbourne al cospetto di Dio è un gioco surreale, ma anche un modo per riflettere su cosa ci rende davvero meritevoli: non la perfezione, ma la sincerità.
Ozzy ha vissuto mille vite in una, tra eccessi, abissi e rinascite. È stato simbolo di trasgressione, ma anche di vulnerabilità. Ed è forse proprio questo che, nel nostro dialogo immaginario, gli apre le porte del cielo: non l’essere giusto, ma l’essere vero.
E ora che la sua voce – almeno su questa terra – si è spenta, possiamo solo immaginarlo lassù, con la chitarra tra le mani e una folla di angeli poganti sotto palco.
Bentornato a casa, Ozzy.